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Tutto ciò che riguarda il mondo animale.

Altro che animali da compagnia…


I cani, si sa,  sono e sono stati utilizzati dall’uomo per i compiti più svariati. Inizialmente era questo l’unico obbiettivo dell’ allevamento di razza: selezionare i cani più abili in un determinato lavoro. Dalla caccia, l’ utilizzo più antico, ai cani per ciechi dei giorni nostri. E si continuano a scoprire nuovi modi di approfittare delle capacità del “migliore amico dell’uomo” . Un dubbio viene spontaneo: E’ giusto utilizzare gli animali per i propri fini ?alla base c’è  collaborazione o costrizione? ..e dal punto di vista dei cani?

Bloodhound, la razza più utilizzata nella ricerca per il suo fiuto formidabile.

Non esiste una sola risposta. Sarebbe sbagliato generalizzare, sia da un estremo che dall’altro. Infatti non si può pensare che tutto ciò che si trova su questa terra sia creato apposta per l’uso umano, ma allo stesso tempo sarebbe ingiusto e superficiale condannare a priori qualsiasi tipo di attività che coinvolgono animali, e questo animale in particolare. In realtà una stessa attività può essere stressante o entusiasmante, a seconda di come è percepita dal soggetto.Tutti i lavori o le attività (anche sportive) che svolgono i cani possono essere molto positivi, se fatti nel modo corretto : rinforzano il legame con il padrone/conduttore, sono un ottima attività fisica/mentale, accrescono l’autostima del cane e l’equilibrio, sono attività che il cane è contento di compiere e contribuiscono a mantenerlo attivo e in salute. Tutto questo è ottimo, perchè oltre ad essere di utilità all’uomo, il cane svolge volentieri il suo compito… Io credo che questo “modo corretto” dipenda da:

  • Tipo di insegnamento. L’obbiettivo da ricercare è la collaborazione: un rapporto di reciproco rispetto senza coercizione (da “coercere”, costringere) e imposizione sull’animale. Quindi l’insegnamento è graduale, con metodi che rendano l’attività piacevole e desiderabile dal cane. Questo vale soprattutto per gli sport (che sono solo un divertimento, se non ci si lascia prendere troppo dall’agonismo), ma anche per i lavori più seri (cani da ricerca, per ciechi, da salvataggio, anti-droga, di polizia e forze armate..) che richiedono però un livello di addestramento più alto ed una sempre pronta risposta da parte del cane.
  • Predisposizione all’attività da svolgere. Ad esempio un Beagle sarà più portato per la caccia o per le attività di fiuto, mentre un Husky preferirà correre davanti ad un slitta assieme ai compagni. Semplici esempi per spiegare come ogni singolo cane, anche un meticcio, abbia attitudini particolari: rispettandole è molto più semplice avere un cane felice di svolgere il suo compito/attività. In certi casi potrebbe essere addirittura autogratificante, cioè essere svolta dal cane senza bisogno di alcuna motivazione esterna (premi etc).

Il primo punto va sempre rispettato (anche se potrebbe richiedere una certa competenza) e unito al secondo può offrire davvero un ottimo modo per passare del tempo con il proprio cane, nel caso dello sport, o ottenere una migliore collaborazione cane-conduttore, nel caso del lavoro.

Fin’ora ho dato per scontato che si parlasse di attività realmente utili o almeno positive. Ma come al solito si passa da un estremo all’altro: dai cani addestrati a localizzare tumori tramite il fiuto a quelli utilizzati nei combattimenti.

Un caso curioso, di cui ho letto tempo fa in “La naturale superiorità del cane sull’uomo”, è quello del Turnspit Dog, tradotto… “girarrosto”. In uso in Inghilterra tra metà Cinquecento e metà Ottocento, era un piccolo cane tarchiato e dalle zampe corte che veniva fatto correre in una ruota. Ebbene si, proprio come i criceti. L’utilità? Far girare lentamente un pezzo di carne sul fuoco, in modo da cuocerlo senza bruciarlo. Ma ancor più curioso è il fatto che già nel Seicento esistevano metodi per azionare lo spiedo in modo meccanico, eppure molti hanno pensato bene di continuare con questa pratica. C’è da chiedersi allora cosa ne pensassero i cani, a correre a vuoto sentendo un profumo di carne espandersi tutto attorno!

..e voi, che ne pensate?  😉

 
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Pubblicato da su dicembre 15, 2012 in Animali, Il cane

 

I vantaggi dell’ e-commerce per i nostri animali


E’ sempre più diffuso il commercio online (e-commerce), in particolare i pet shop online. Il mercato è in espansione e presenta molti vantaggi rispetto al tradizionale negozio di animali. Intanto il prezzo è spesso più basso, nonostante ci sia in più la spedizione da pagare. Ma è sufficiente comprare più cose in un unica spedizione perchè questo piccolo sovrapprezzo si riduca notevolmente o sia addirittura gratuita,senza contare che si trovano spesso offerte e prodotti scontati e tutto arriva comodamente a casa. Oltre a questo si tratta di un mercato in continua evoluzione e aggiornamento: si possono trovare molti prodotti che difficilmente si vedono in un negozio tradizionale, se non dopo molto tempo dal loro lancio sul mercato,e solo se hanno davvero avuto un grande successo.
Framed Logo zooplusUn negozio di questi che mi sento di consigliare dal momento che ci ho comprato personalmente e mi sono trovata bene, è Zooplus.

  www.zooplus.it —>

Aggiungo una mia valutazione del negozio:

Qualità/prezzo: buona. Dipende dai prodotti, ma di solito è più conveniente rispetto al negozio tradizionale.

Offerte e sconti: ottimi. Dai 29 euro in su la spedizione è gratuita e sono spesso presenti buone offerte. Ogni tanto omaggi o buoni sconto, specialmente nelle festività.

Affidabilità e spedizione: Fino ad adesso ho ricevuto sempre i prodotti richiesti, in ottimo stato. Non sempre però sono arrivati nei tempi stabiliti (consiglio di ordinare nel weekend per ricevere il pacco in settimana) e ho avuto un problema con il corriere ultimamente(non riusciva a fare la strada tutta salita e curve fino a casa mia) . Buono comunque il servizio clienti!

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Infine.. ecco alcuni dei prodotti utili che ho comprato su Zooplus:

Cintura di sicurezza: Ci sono diversi modi di trasportare il cane in auto,ad esempio nel bagagliaio con la rete o dentro al trasportino /kennel. Questa cintura invece è un invenzione più recente.Permette di legare il cane sul sedile posteriore dell’auto con un semplice moschettone che si collega alla pettorina(non si attacca al collare per ovvie ragioni…) e dall’altro lato all’attacco della cintura(dovrebbe andare bene per qualsiasi macchina).Tenere il cane così è pratico e sicuro,oltre che legale (vedi articolo Il cane in auto: legge e trasporto ).Un utilità in più che ho notato è con quei cani che non appena si apre la portiera si lanciano letteralmente fuori dall’auto : in questo modo rimangono legati e si può farli uscire con calma senza pericolo. Infine è anche regolabile in lunghezza e costa veramente poco.

Pinze per le zecche: Soprattutto a chi vive in campagnia ,ma anche a chi porta il proprio cane in zone verdi, sarà capitato più volte di dover togliere zecche al proprio cane. L’operazione non è piacevole,magari si ha paura di fare male al proprio cane o di essere punti dalla zecca,o ancora di farla cadere senza sapere dove sia finita. Queste pinzette sono uno strumento tanto semplice quanto utile: basta infilare il gancetto sotto la zecca e poi girare lentamente finche non si stacca: nonc ‘è pericolo di schiacciarla o che la testa rimanga dentro la pelle. Quando si è staccata rimane sulla pizzetta e si può togliere in tutta tranquillità e farne quello che si vuole,senza doverla toccare.Anche queste costano molto poco.

Pettorine: Io ne ho comprata una in particolare,di cui sono molto soddisfatta(vedi immagine a destra,si tratta di una Julius-K9).La maniglia sulla schiena è davvero molto utile. C’è un vasto assortimento di pettorine ma per scegliere il tipo giusto leggete l’articolo I vantaggi della pettorina. Questa è del tipo ad Y (norvegese). Sul sito potete trovarne di buona qualità,come questa che ho comprato io ,oppure le Hurrta o Hunter. Sono molto pratiche e veloci da mettere e qui rimando ad un altro articolo dove vedete il video : come far indossare la pettorina al cane, oltre che belle da vedere. Buon rapporto qualità-prezzo (considerando che le K9 si trovano anche a molto di più).

Per quanto riguarda le pettorine ad H, ci sono anche altri ottimi siti su cui comprare (su zooplus le migliori sono anche le più costose,cioè i modelli con tutte le 5 regolazioni e con gli anelli per adattarle meglio al corpo del cane…se proprio non si può spendere tanto ne hanno anche a prezzo bassissimo). Citandone alcuni: Smartdog, PerrosLife(ha anche altri buoni prodotti) e Haqihana…Anche se il costo è un pò più alto.

L’ultimo prodotto che vi consiglio è il FURminator: E’ davvero molto utile sia per cani che per gatti, vale tutti i soldi che costa. Con questa speciale “spazzola” si riesce a togliere con facilità una quantità enorme di peli (gli stessi che potrebbero essere sparsi per la casa o nello stomaco dell’animale…).Non c’è pericolo di far male al cane o danneggiarne il mantello ed il pulsante dietro permette di rimuovere faiclmente i peli dai dentini. E’ disponibile per più taglie e tipi di pelo (anche corto).

Ecco un simpatico video….:)

…..per trovarli nel negozio: clicca sul link o sul banner che trovi sopra. Ti porterà alla pagina principale del sito. Da li usa il pulsante “ricerca” in alto a destra e scrivi parole che ho evidenziato in nero (cintura di sucurezza,pinze etc)

 
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Pubblicato da su luglio 1, 2012 in Animali, Il cane

 

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Il ruolo della simbiosi nell’evoluzione


Se l’evoluzione c’è stata…la domanda successiva è …in che modo? Non esiste un’unica teoria. E personalmente,non conoscendo benissimo l’argomento,dare un giudizio mi riesce difficile. Quel che posso dire è che quella sotto risportata è una teoria molto interessante di cui però molti non conoscono l’esistenza .. Quindi valeva la pena di riportare questa curiosa intervista…

Buona lettura.

Fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/emmeciquadro/Emmeciquadro-n-36

01/09/2009L’evoluzione simbiontica- Teoria della endosimbiosi
Intervista a Lynn Margulis (*)

Esiste oggi un atteggiamento ideologico piuttosto diffuso secondo il quale esisterebbe una e una sola teoria capace di spiegare il fenomeno dell’evoluzione: quella di stretta osservanza darwinista. Essa sarebbe dunque la teoria dell’evoluzione, e chiunque parli di teorie non sarebbe altro che un oscurantista (generalmente mosso da pregiudizi religiosi) che non conosce le cose di cui parla. La grande biologa Lynn Margulis ci dimostra come questo non sia vero. E come non sia necessario essere cattolici per avere dei dubbi sull’ortodossia darwinista.

Le pubblicazioni di Lynn Margulis spaziano su una amplissima gamma di argomenti (numerosi contributi sulla biologia cellulare e sull’evoluzione dei microrganismi), ma la Margulis è famosa per la teoria della simbiogenesi che sfida un presupposto centrale del neodarwinismo. Come dichiara nel suo sito, la Margulis ritiene che le variazioni ereditarie, significative nell’evoluzione, non vengono principalmente da mutazioni casuali. Piuttosto, nuovi tessuti, organi e anche nuove specie derivano primariamente da un contatto fisico continuato tra appartenenti a specie diverse. La fusione dei genomi di organismi simbionti, seguita dalla selezione naturale, porta a un aumento della complessità individuale. Questa teoria, elaborata già alla fine del XIX secolo con il nome di teoria endosimbiotica seriale viene riscoperta dalla Margulis nel 1967, durante il suo incarico presso il dipartimento di Biologia dell’Università di Boston, e riproposta dopo aver raccolto una quantità enorme di dati sperimentali a sostegno. Le cellule eucariotiche (provviste di nucleo) derivano quindi dall’associazione simbiotica – in oceani o pozze d’acqua dell’Era Precambriana – di diverse cellule procariotiche (organismi senza nucleo) con particolari funzioni (produzione di energia o attivazione della fotosintesi) con altre cellule. Insieme a James E. Lovelock ha proposto la cosiddetta ipotesi di Gaia, tuttora oggetto di discussione nella comunità scientifica, che considera la Terra, con le complesse interazioni che avvengono alla super!cie tra esseri viventi, sedimenti, atmosfera e idrosfera, come un organismo capace di autoregolazione. Insieme a Karlene Schwartz ha proposto un sistema di classificazione tassonomica che prevede la presenza di un gruppo sistematico, il regno dei prototisti (comprendente i protisti e tutte le alghe), al posto di quello dei protisti (comprendente protozoi, alghe unicellulari e funghi unicellulari). Il suo lavoro in questo campo ha portato alla terza edizione di Five Kingdoms: An illustrated guide to the phyla of life on Earth (1998). Come chiarisce lei stessa nel suo sito, questo schema di classisficazione evolutiva è nato dai contributi di numerosi colleghi, ma le basi logiche su cui si fonda sono sintetizzate nel suo libro Symbiosis in Cell Evolution: Microbial communities in the Archean and Proterozoic eons (second edition, 1993), in cui sono de!niti l’origine batterica sia dei cloroplasti che dei mitocondri. Attualmente lavora sulla possibile origine delle ciglia dalle spirochete.

..Per cominciare può dirci qual è oggi l’importanza del darwinismo e in cosa consiste la sua teoria dell’evoluzione per simbiosi?
Il darwinismo ha tre componenti. La prima è la tendenza di tutte le popolazioni di esseri viventi a crescere il più possibile, finché l’ambiente le può sostenere. Così ci sono sempre più organismi che possono dare discendenti che formano la generazione successiva. Il fatto che il tasso di crescita non sia sostenibile indefinitamente significa che il secondo elemento, la selezione naturale, si veri!ca sempre. Due persone possono avere fino a 32 figli che passano alla generazione successiva: chiaramente è impossibile che questo avvenga sempre. Questo significa che sulla selezione naturale non possono esserci dubbi. Il problema è il terzo fattore, cioè da dove viene la novità evolutiva. È stato detto, anche in questo convegno, che la mutazione casuale è la fonte della novità evolutiva. Ma io non lo credo. Non lo credo perché non c’è un solo esempio nella letteratura, né in campo aperto né in laboratorio. Non esiste evidenza in favore dell’accumulazione di mutazioni casuali. Al contrario, abbiamo esempi dell’origine di novità evolutiva attraverso la simbiogenesi. Che cos’è la simbiogenesi? Prima spieghiamo che cos’è la simbiosi. La simbiosi è la relazione tra due individui di diverse specie, che però vivono sempre insieme, in contatto fisico. Questo vuol dire una relazione permanente, o solo relativa a una parte, del ciclo vitale degli organismi coinvolti, però sempre in contatto fisico. Questo è il primo passo. La simbiogenesi invece è l’origine dei tessuti o degli organuli di una cellula o della struttura morfologica o di un comportamento nuovo o di un nuovo metabolismo, qualunque cosa che possa essere messa in relazione con la simbiosi. Per esempio alcune alghe fotosintetiche vivono con dei protisti marini traslucidi che mangiano l’alga, ma non la digeriscono, e dopo un po’ di tempo la relazione diventa permanente. Questa è simbiogenesi. Altro esempio. Convoluta roscoffensis è un verme che vive in grandi gruppi sulla spiaggia di alcune isole della Gran Bretagna, nel Jersey. Ed è capace di operare la fotosintesi, anche se è animale a tutti gli effetti, perché vive in simbiosi con un’alga. Però abbiamo anche Convoluta paradoxa, che è quasi uguale, però invece di avere dentro un’alga simbiotica con cloroplasti verdi ha una diatomea e non vive in gruppi, ma è solitario. E nello stesso ambiente abbiamo anche Convoluta convoluta. Tre specie diverse dello stesso genere. Convoluta paradoxa è di colore giallomarrone, mentre Convoluta convoluta, che manca totalmente di simbionti fotosintetici, è traslucido. Un alto esempio fantastico è quello di Kwang W. Jeon, un ricercatore di origine coreana che vive negli Stati Uniti. Lui ha coltivato amebe per anni e 15 anni fa ha ricevuto un ceppo di amebe con dei puntini, che ha scoperto essere batteri: 400.000 batteri per ameba, e quasi tutte morte. Questo vuol dire selezione naturale molto forte! Lui però come esperto di amebe ha selezionato le amebe sane e dopo 5 anni invece di avere 400.000 batteri per ciascuna ne avevano solo 40.000, ed erano cambiate totalmente. Se si comparano le amebe senza questi batteri con quelle con 40.000 batteri per ciascuna e si fa una lista della caratteristiche sono due specie diverse. Dunque per me questo è l’unico caso in cui si sia visto un cambio di specie in soli 5 anni, da Ameba proteus ad Ameba discoideis ad Ameba echis. Oppure c’è una pianta simile all’ananas, la Cycadea, che contiene, al suo interno, cianobatteri che fabbricano azoto. È possibile dire che l’origine del taxon di tutto questo gruppo di piante ha qualcosa a che vedere con la produzione di questi cianobatteri, perché così queste piante possono vivere in un suolo privo di azoto. Quindi abbiamo una vasta letteratura in merito, anche se è uno studio difficile, perché occorre essere esperti di almeno due organismi differenti. Altro esempio: i licheni. Abbiamo 80.000 tipi di licheni e oggi tutti noi siamo schwendeneristi. Che vuol dire? Simon Schwendener nel 1867 ha scritto una grande monografia in cui ha detto che tutti i licheni sono fatti di due organismi differenti: funghi e cianobatteri o funghi e alghe (cioè sempre un fungo e un organismo fotosintetico). E tutti allora hanno detto: Impossibile! Non possono esistere due organismi in uno. Però oggi tutto il mondo sa che i licheni non sono piante, ma un esempio perfetto di simbiogenesi. Dunque io dico a questa gente, a questi neodarwinisti anglofoni, soprattutto nordamericani e inglesi, che attraverso la mutazione casuale è impossibile spiegare l’origine delle caratteristiche nuove nell’evoluzione. Sì, senz’altro la mutazione esiste, però non c’è l’accumulazione delle mutazioni. La mutazione modifica, cambia un po’, però non è sufficiente per fare il passo da una specie all’altra.

Abbiamo visto, anche in questi giorni, che c’è tutta una parte della biologia che studia la variabilità fenotipica e l’ereditabilità dei caratteri acquisiti. Lei che cosa pensa al riguardo?
Quello che dico io non riguarda l’acquisizione di singole caratteristiche, ma di tutto il genoma. È la cosa che non hanno detto. A me sembra che sia fantastica la relazione di Scott Gilbert [sulla evo-devo e l’evoluzione epigenetica]. E anche quella [sulla morfogenesi] di Stuart Newman. Ma la cosa che manca in tutti e due è che una caratteristica importantissima che occorre comprendere è che tutti gli eucarioti possono aprire la membrana e mangiare, però mangiare un intero genoma in una sola volta, tutto il genoma. Dunque è facile per la cellula eucariotica inglobare un altro essere vivente nella membrana e invece di digerirlo vivono tutti e due per sempre insieme contenti. Questa è una facoltà che è molto importante per l’evoluzione degli animali, perché nel momento che abbiamo questa capacità di inglobare altri esseri viventi, però diversi, è possibile, come ha detto un mio amico, acquisire un genoma inghiottendolo, è possibile cambiare l’eredità solamente mangiando. Questo però solo in una cellula eucariotica, mai in una cellula batterica: i batteri possono trasferire solo un gene o due o al massimo un gruppo di geni alla volta, invece gli eucarioti possono acquisire tutta l’eredità genetica di un altro essere vivente. E questo è un processo tanto familiare che non ne parliamo nemmeno. Per esempio, la fecondazione: che cos’è la fecondazione se non il fatto che l’uovo apre la membrana, incorpora una cellula diversa, chiude la membrana e poi comincia lo sviluppo del nuovo essere vivente? Per questo dico che è un processo così familiare che non ne parliamo nemmeno. Questo infatti è lo stesso processo della nutrizione negli eucarioti.

E nel caso degli organismi superiori? Lei pensa che anche qui l’evoluzione possa spiegarsi con fenomeni di simbiosi?
Sì. Anche qui ci sono moltissimi casi. Per esempio, una mucca non potrebbe nemmeno digerire quello che mangia senza la collaborazione dei batteri che vivono nel suo stomaco. Pensi che ce ne sono oltre duecento specie: una grande famiglia felice!

D’accordo. Ma per quanto riguarda la mutazione degli organismi in se stessi (per esempio la crescita delle dimensioni del cervello, o cose simili)? Pensa che anche questi casi possano essere spiegati attraverso la simbiosi?
No, in questi casi penso che possano esserci altre spiegazioni, come per esempio quelle epigenetiche o i fenomeni di auto-organizzazione di cui si è parlato durante questo convegno. In ogni caso però la spiegazione non sta nelle mutazioni casuali.

Cosa pensa del rapporto tra scienza e fede?
Ah, penso che ciascuno possa credere quello che vuole.

Ma secondo lei ha senso dire che chi crede nell’evoluzione non può credere in Dio?
No, no. Non si può credere che Dio ha creato la Terra 6000 anni fa, ovviamente. Questa è una cosa da pazzi. Ma credo che sia possibile credere nel Dio di Einstein, per esempio, il Dio che ha dato origine all’Universo e che non interviene in esso per proteggere i suoi migliori amici.

Il Dio di Spinoza?
Sì, anche. Spinoza diceva che Dio è la natura. Per me Dio è il Sole. E nel momento che abbiamo detto che Dio è in forma di una persona umana abbiamo perso la posizione corretta: infatti il Sole dà l’energia e la materia che servono per la vita. Penso che la religione giochi un ruolo importante perché unisce la gente in gruppi, e per esempio in un gruppo di 25 persone possiamo mangiarci un mammuth, mentre da soli non riusciremmo. Abbiamo bisogno di gruppi organizzati per progredire.

Quando lei parla si sente che ha una grandissima passione per quello che studia. Secondo lei qual è la cosa più importante per un insegnante di scienze?
È conoscere la vita! La vita, non il computer! La vita, non i libri! Va bene, anche i libri, però innanzitutto la vita! Questo vuol dire andare fuori, conoscere gli altri esseri viventi con cui condividiamo il pianeta: ci sono
molti altri organismi, non dobbiamo pensare che ci sia solo l’uomo.

__________

Informazioni su Lynn Margulis : http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13856

http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Lynn_Margulis_la_portavoce_del_microcosmo.aspx


 
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Pubblicato da su marzo 9, 2012 in Altro, Animali

 

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Etologia


Fonte: http://www.promiseland.it/2010/11/02/etologia/

La vita degli uomini è da sempre intrecciata con quella degli animali, ma l’interesse per il loro comportamento, il desiderio di decifrarne le modalità e di interpretarne le motivazioni, sono fenomeni recenti.

Charles Darwin , avendo lasciato, alla fine del diciannovesimo secolo, molti studi sull’espressione delle emozioni e sulle analogie tra affetti umani e animali, si può considerare un etologo “ante litteram”. La sua opera principale On the Origin of Species, del 1859, confrontando le facoltà mentali dell’uomo con quelle degli animali, giunge alla conclusione che le differenze tra la mente umana e quella dei mammiferi superiori non sono così fondamentali, ma che, anzi, il legame tra esperienza, ambiente, istinto, intelligenza è fortissimo. Che la ragione sia presente in molti animali è, per Darwin, evidente. L’essere umano, dice Darwin, non è l’unico essere intelligente nella creazione: consapevolezza e autoconsapevolezza si trovano anche negli animali.

Le due più importanti scuole di interpretazione del comportamento animale, nei primi decenni del ventesimo secolo, riprenderanno, tuttavia, il modello cartesiano di animale-automa: la scuola behaviorista americana e quella etologica centroeuropea si orienteranno verso il modello meccanicistico rispetto a quello mentalistico. In quest’ottica, l’animale-macchina, come un burattino, è mosso da fili che, in modo separato, ne producono il comportamento: per i behavioristi i fili sono dati dall’apprendimento durante la vita e prendono il nome di “condizionamenti”, per l’etologia classica i fili sono configurati dalla selezione naturale durante la storia della specie, e prendono il nome di “istinti”. In un caso il burattinaio è l’ambiente, nell’altro le pulsioni, ma, comunque, secondo ambedue le scuole, condizionamenti e istinti agiscono sull’animale come interruttori che accendono selettivamente alcune particolari espressioni: nell’una e nell’altra impostazione, trattandosi di oggetti mossi da meccanismi involontari, la soggettività non esiste. Entrambe le scuole, studiando gli animali al di fuori del loro habitat naturale, ignorano, quindi, tutto ciò che concerne i loro stati mentali di coscienza.

Konrad Lorenz , considerato uno dei padri dell’etologia moderna, è il primo a studiare gli animali nel loro ambiente naturale. Al suo più famoso libro dà il titolo di L’anello di re Salomone, perchè «sta scritto che il re Salomone parlava con i quadrupedi, con gli uccelli, con i pesci e con i vermi» . Questo grande etologo parla di animali che ridono, di sguardi penetranti occhi negli occhi , di fedeltà fino alla morte, di invocazioni di perdono; racconta di nidi di colombacci vicino a nidi di astori, di caprioli cresciuti indisturbati accanto a tane di lupi. Sottolineando come gli animali leggano negli occhi, Lorenz afferma che gli animali hanno, per la comunicazione degli stati d’animo, «un apparato sia trasmittente che ricevente assai più elaborato, specializzato ed efficace di noi uomini, […] che non solo è in grado di distinguere selettivamente un gran numero di segnali, ma anche di captare una energia trasmittente assai inferiore alla nostra».

Nei suoi racconti si trovano spesso esempi di consapevolezza degli animali. Nel narrare la storia di un pesce che, col boccone in bocca, vedendo uno dei suoi piccoli smarrito, «come fulminato guizzò via, raggiunse il piccolo e lo prese nella bocca che era già assai piena», afferma: «confesso che in quel momento non avrei dato un soldo per la vita del pesciolino». Invece, scrive, «accadde una cosa veramente incredibile: il padre pesce se ne rimase immobile, con le guance gonfie, ma senza masticare. Se mai ho visto un pesce riflettere, è stato proprio quella volta. Che cosa straordinaria: un pesce che vive una vera e propria situazione conflittuale, né più né meno di un uomo». «Per molti secondi – prosegue – il padre se ne stette lì bloccato, e si poteva comprendere tutto ciò che accadeva in lui. Poi risolse il conflitto in modo degno della più grande ammirazione: sputò fuori tutto il contenuto della bocca» .
Confrontando il comportamento animale in una stessa situazione in cui un uomo uccide un suo simile, egli osserva: «Sono profondamente commosso e ammirato di fronte a quel lupo che non può azzannare la gola dell’avversario, e ancor più di fronte all’altro animale che conta proprio su questa sua reazione! Un animale che affida la propria vita alla correttezza cavalleresca di un altro animale! C’è proprio qualcosa da imparare anche per noi uomini! Io per lo meno ne ho tratto una nuova e più profonda comprensione di un meraviglioso detto del Vangelo che spesso viene frainteso, e che finora aveva suscitato in me solo una forte resistenza istintiva: “Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra…”. L’illuminazione mi è venuta da un lupo: non per ricevere un altro schiaffo devi offrire al nemico l’altra guancia, no, devi offrirgliela proprio per impedirgli di dartelo!»  Sarà osservando le taccole «sue perenni compagne e grandi amori della sua vita», che Lorenz parlerà, in particolare, di consapevolezza animale. Raccontando di una di loro che, timida e sempre in disparte, viene scelta come compagna dal leader della colonia, scrive: «Ma ancor più sorprendente è il fatto che l’interessata ne fosse consapevole ! È assai facile per un animale divenire più cauto e pauroso dopo una brutta esperienza, ma ci vuole molta più intelligenza per […] acquistare d’un tratto il coraggio corrispondente alla nuova situazione e sapere perfettamente fino a che punto potersi spingere».

Negli anni successivi la ricerca etologica, precisandosi ulteriormente, osserverà che popolazioni diverse della stessa specie presentano proprie “tradizioni comportamentali”, arrivando, quindi, a dimostrare l’esistenza di una cultura animale. Lo studioso behaviorista, Edward Tolman, notando diversi processi di apprendimento senza condizionamento, porrà le basi di quello che sarà chiamato “cognitivismo”, che inquadrerà l’apprendimento associativo all’interno della più complessa famiglia dell’“apprendimento per rappresentazione”. Per la scienza comportamentista non è, infatti, sufficiente che un individuo appartenga ad una determinata specie, per manifestare un certo comportamento: all’interno di una “relazione magistrale”, il componente di un branco può realizzare una particolare esibizione comportamentale al solo scopo di dare un certo insegnamento ad un altro membro di quel gruppo e assegnando, così, un valore aggiunto all’innato.

A partire dagli anni sessanta, perciò, negli Stati Uniti, l’etologia cognitiva rivelerà l’interiorità degli animali, concependo il loro apprendimento non più come un semplice riflesso condizionato, ma, come una profonda modificazione interna, atta a trasformare le funzioni cognitive del soggetto. Considerare l’animale come un individuo dotato di mente significa assegnargli un mondo interiore capace di riflettere sui problemi, di porsi obiettivi, di elaborare piani d’azione, di optare tra diverse possibilità, di operare simulazioni, di ricordare attraverso immagini mentali. Donald Griffin , il primo ad introdurre il paradigma mentalistico, si rivolgerà all’intelligenza animale in modo plurale, sottolineando come ciascuna specie abbia sviluppato, nel corso della filogenesi, una propria performatività cognitiva e riconoscendo, quindi, agli animali capacità di consapevolezza e di autocoscienza.

A questa scoperta, che considera gli animali come esseri dotati di una loro sensibilità ed intelligenza, si sono, in seguito, affiancati psicanalisti, filosofi, biologi, e neuropsicologi, giunti a queste stesse considerazioni partendo da altre esperienze: nella visione mentalistica, le diverse dotazioni cognitive, siano innate o apprese, non sono più, interruttori che meccanicamente richiamano un comportamento, ma risorse che la soggettività utilizza in tutte le sue attività di interfaccia con il mondo.

1- C. DARWIN, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Newton Compton, Roma 2006.
2- KONRAD LORENZ (1903-1989) è stato insignito, nel 1973, del Premio Nobel per la fisiologia e la medicina.
3- J.V. WIDMANN, Il santo e gli animali, in K. LORENZ, L’anello di re Salomone, Adelphi, Milano 1991, 87.
4- P. EIPPER, Le bestie ti guardano, Mondadori, Verona 1930.
5- D. R. GRIFFIN, professore al Museo di Zoologia Comparata di Harvard, dell’Università di Rockfeller, di Corneli e di New York è scomparso recentemente. Scopritore del radar nei pipistrelli, ha scritto: Listening in the dark; Cosa pensano gli animali, Laterza, Bari 1986; L’animale consapevole, Bollati Boringhieri, Torino 1979; Cognitive Ethology; Menti animali, Bollati Boringhieri, Torino 1999. Cfr. C. A. RISTAU (a cura di), The Minds of Other Animals, Studi in onore di D.R. Griffin, Lawrence Erlbaum Associates, Howe-London 1991.

6- L’etologia cognitiva scoprirà che molte specie animali, lasciando da parte l’interesse individuale, aiutano i membri della propria famiglia: le api operaie, ad esempio, lavorano strenuamente per il bene dell’alveare, sino a che, letteralmente, muoiono di stanchezza. Cfr. L.-P. GRATIOLET, Anatomia comparata del sistema nervoso, in M. CANCIANI, Nell’arca di Noè. Religioni e animali, Carroccio, Vigodarzere (Pd) 1990, 6.

7- Il naturalista Louis-Pierre Gratiolet narra di un vecchio cavallo che, non essendo più in grado di arrivare alla greppia e di masticare il fieno con i suoi denti consunti, era aiutato da alcuni giovani cavalli che prendevano il fieno e glielo mettevano davanti dopo averlo masticato per lui. Cfr. G. DEL VECCHIO, Il soggetto attivo e passivo del reato, in F. ROSSETTI, Gli animali che vissero con i Santi, Porziuncola, Assisi (Pg) 1995, 8.

Nelle foto: Konrad Lorenz

Annalisa Ruffo

 
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Pubblicato da su febbraio 11, 2012 in Animali

 

Specismo e antropocentrismo


FONTE: http://ilblog.codealvento.it/tag/peter-singer/

Che cos’ è lo specismo

  Il filosofo Peter Singer definisce lo specismo nel modo seguente:

“Un pregiudizio o attitudine di una “specie” che parteggia per gli interessi dei propri membri, a discapito di quelli che appartengono ad altre specie.”

Lo specismo è il motivo comune per discriminare un individuo sulla sola base della sua appartenenza ad una specie. Le basi sono le stesse di quelle di chi nutre dei pregiudizi sulla razza (razzismo) e sull’ appartenenza ad un sesso (discriminazione sessuale). Quando si parla della sofferenza umana, in quanto Homo Sapiens, e la si considera più grave della sofferenza di un animale, si è per così dire colpevoli di “specismo”. Per lo stesso motivo la morte di un essere umano, dal momento che esso appartiene alla specie Homo Sapiens, è peggiore della morte di un animale. Una pratica lampante dello specismo è l’ industria della carne, la sperimentazione sugli animali e gli allevamenti per la produzione di pellicce. Lo specismo è un’ideologia le cui ragioni non si fondano su una base oggettiva. Non la si può giustificare con un’argomentazione logica, ma la si difende come un dogma, una verità divina.

Il più comune argomento nella storia della filosofia è che le umane capacità mentali, la parola e la cultura, permettono all’ uomo di utilizzare l’ animale. Oggi però è un’argomentazione facile da obiettare. L’ intelligenza è moralmente rilevante solo nei casi, per esempio, in cui si deve ottenere il diritto di voto o il diritto di prendere la patente ecc. Gli animali non hanno (come d’ altronde i bambini e i ritardati mentali) alcun interesse verso questi diritti, ma lo hanno verso quelli fondamentali, ovvero il diritto alla vita e alla libertà, di evitare le torture, eccetera, cioè i bisogni che non hanno nulla a che vedere con l’ intelligenza dell’individuo. Se intendessimo che l’ intelligenza sia moralmente rilevante, significherebbe che bambini ritardati potrebbero essere sottoposti a dolorosi esperimenti scientifici oppure potrebbero essere allevati per produrre cibo. L’ errore di fondo di questa argomentazione è il pensare che la nostra superiorità intellettuale ci dia una posizione (di superiorità) morale.

Che gli animali abbiano un QI inferiore di quello di un essere umano medio è sicuramente un motivo per non dare agli animali il diritto di andare all’ università, ma non la scusa per provare gli effetti di un concentrato di shampoo nei loro occhi. Quando si versa shampoo negli occhi di un coniglio per testare i danni di un prodotto da commercializzare, causandone la cecità, che rilevanza ha l’ intelligenza limitata del coniglio? Un essere meno intelligente non soffre meno di uno più intelligente nell’avere shampoo negli occhi. In questa situazione l’intelligenza non è rilevante così come non lo è il colore delle pelle, il sesso, o l’appartenenza ad una specie.

La sofferenza degli animali deve essere considerata tanto dolorosa quanto quella degli esseri umani. Essere uccisi capita raramente indolore, perciò non dovremmo mettere fine ad una vita felice, sia essa consapevole o no. Tenendo conto che molto raramente ci troviamo in situazioni dove dobbiamo scegliere tra la vita di un animale e quella di un essere umano, sarebbe meglio, di regola non uccidere mai, indipendentemente dalla capacità intellettuale l’individuo in questione. Tanto l’uomo quanto l’animale non esistono per essere utilizzati. Gli animali del mondo esistono per essi stessi. Non furono fatti per gli uomini, più di come i neri per i bianchi o le donne per gli uomini.

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Un’altra parolona: Biocentrismo

Il biocentrismo consiste in una visione del mondo che, come risulta chiaro esaminando l’etimologia della parola, pone il fulcro di tutto sul concetto di vita, inteso in senso lato, ovvero supera le barriere mentali dell’antropocentrismo, che appunto focalizza tutto sull’uomo, privando di ogni tipo di valore le altre forme di vita. Nell’attuale mondo occidentale si incontra quasi sempre un atteggiamento di quest’ultimo tipo, dove all’individuo umano viene dato un valore enormemente superiore alle restanti forme di vita, che dunque diventano in blocco risorse da sfruttare sino ad esaurimento, senza alcuna distinzione fra oggetti, animali o vegetali.
Questa è la via della scienza moderna, che vede tutta la natura che ci circonda semplicemente come qualcosa di sottoposto all’uomo, senza rendersi conto che l’uomo non è altro che una forma di vita fra altre forme di vita, un tassello di natura, e che in quanto tale ha bisogno di trovarsi in un rapporto equilibrato con tutto il resto per sopravvivere. Infatti percorrendo la strada dello sfruttamento e della distruzione, l’uomo elimina tutto ciò che è naturale attorno a lui, per ottenere un mondo brullo e sterile, dove sara’ costretto a vivere in maniera sempre più artificiale.
Oggi piu’ che mai è necessaria la diffusione di un’etica biocentrica, che riesca a far comprendere che senza il rispetto per il mondo in cui viviamo non c’è alcun futuro.
All’interno di un’ottica biocentrica non si vuole certo sminuire il valore dell’uomo, ma anzi lo si vuole accrescere, attraverso la ricerca di una vita in armonia con la natura e di un maggior rispetto per tutte le forme di vita, cosa che non può che migliorare le condizioni di vita di tutti.

(non so quale sia l’iniziale fonte di quest’ultima parte)

 
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Pubblicato da su gennaio 13, 2012 in Animali